Un rider torinese, con lo pseudonimo di Pietro Tersa, racconta dall’interno il lavoro e la vita dei ciclo-fattorini in due romanzi: “Non sono ciò che consegno” e “Luce”. Nella storia del protagonista, Luca, si riconoscono quelle dei tanti lavoratori del food delivery che incrociamo ogni giorno per le strade delle nostre città
“Certo, la morte di un rider pakistano accende inevitabilmente l’attenzione. Titoli, indignazione, qualche giorno di rumore. Poi il silenzio. Eppure, quella notizia avrebbe dovuto smuovere qualcosa di più profondo. Non soltanto l’ennesimo allarme, non l’ennesima emergenza da raccontare e dimenticare. La responsabilità ricade, in gran parte, sulle piattaforme. Ed è giusto dirlo. Dovrebbero formare chi lavora per loro, offrire almeno gli strumenti minimi per affrontare la strada con consapevolezza. Invece molti vengono mandati allo sbaraglio: impreparati non solo al lavoro, ma alla vita che quel lavoro pretende. […] Si muovono veloci nel traffico, ma restano fermi ai margini. Consegne rapide, destini confusi. Nessuno ha insegnato loro abbastanza per capire, e quasi mai abbastanza per difendersi”.

In quell’occasione ho chiesto a Pietro Tersa, che di mestiere fa il rider, di raccontarci la storia di Luca, il protagonista dei suoi due romanzi: “Non sono ciò che consegno”, pubblicato a febbraio 2026, e la sua continuazione, “Luce”, uscito a luglio 2026. Entrambi sono auto pubblicati tramite Amazon KDP e acquistabili sulla stessa piattaforma in versione sia digitale che cartacea. La vicenda umana e professionale di Luca coincide con quella dell’autore, che preferisce restare anonimo, e dei tanti lavoratori del food delivery che sfrecciano ogni giorno in sella a una bicicletta o a un motorino per le strade delle nostre città, con uno zaino sulle spalle e un telefono che assegna loro gli ordini.
Tersa, come nasce l’idea del romanzo?
“Ho scritto il primo romanzo perché volevo raccontare ciò che le statistiche non possono mostrare. Dietro ogni rider c’è una persona con una storia, una famiglia, delle competenze, delle sconfitte e delle speranze. Il lavoro che svolgiamo non coincide con ciò che siamo”.
Cominciamo dal protagonista. Chi è Luca?
“Le vicende umane di Luca sono romanzate, ma il mondo in cui si muove è autentico. Le dinamiche delle app, le attese davanti ai ristoranti, la pioggia, le relazioni tra colleghi, la fatica e la solidarietà nascono da esperienze vissute o raccolte direttamente da me nel corso delle mie oltre 45mila consegne per le strade di Torino in questi ultimi sette anni di lavoro. Un mondo che percorro ogni giorno. Sono un rider e i miei compagni di strada sono gli stessi che il lettore incontra nei due romanzi. Luca attraversa la città seguendo le indicazioni di un’applicazione che assegna ordini, calcola tempi e misura prestazioni. Turni estenuanti, traffico, l’impersonalità di una macchina che non conosce volti. Lungo i turni incontra una comunità di uomini e donne con percorsi diversi e la stessa ricerca di dignità. Lavoratori che spesso nessuno vede davvero, pur incrociandoli ogni sera sotto casa”.
Che cosa c’è di vero nel suo racconto?
“Le voci dei rider, le loro fatiche, le loro sconfitte. Il romanzo non guarda la gig economy dall’esterno, ma la racconta dall’interno. Non offre formule, ma mostra che, dietro un mondo apparentemente competitivo, esistono relazioni umane profonde, spesso invisibili. Ogni lavoro possiede una dignità che non dipende dal prestigio sociale”.
Che tipo di messaggio vuole lanciare attraverso i suoi libri?
“Viviamo in un tempo che vede la ‘consegna’, ma dimentica il ‘messaggero’. Io volevo raccontare il messaggero. ‘Non sono ciò che consegno’ è prima di tutto una dichiarazione di identità. Il rifiuto di essere ridotti alla propria funzione sociale. L’affermazione che nessun algoritmo, nessuna divisa, nessuna professione può esaurire il valore di una persona. Dietro ogni consegna esiste una storia. Dietro ogni lavoratore esiste un volto. Dietro ogni volto esiste una dignità. È la scala su cui poggia l’intero romanzo”.

“Non tutti i rider sono giovanissimi. Molti sono italiani, spesso in età matura, che dopo essere stati esclusi dal mercato del lavoro hanno trovato nelle consegne una possibilità concreta per ricominciare. Una seconda possibilità”.
È anche il suo caso?
“Sì. Io ho 62 anni e sette anni fa, dopo tanti anni passati invano alla ricerca di un nuovo lavoro, mi sono re-inventato proprio come rider. Le sembrerà strano, ma ora avrei difficoltà a cambiare lavoro anche se mi offrissero un’occupazione più garantita. Certo, alla mia età, non faccio le consegne in bici, ma uso la macchina. Fare il rider mi dà una libertà che un altro lavoro forse non potrebbe offrirmi”.
Quanto guadagna al mese?
“I rider sono lavoratori autonomi che fatturano a fine mese. Io lavoro per due piattaforme di food delivery sette giorni su sette e tolte le spese per le consegne, le tasse e i contributi, arrivo a guadagnare fino a 1600 euro netti.
Dopo il primo romanzo decide di continuare il racconto e di scrivere “Luce”. Perché?
“Con ‘Luce’ lo sguardo si allarga. Se il primo romanzo si chiede chi sia davvero la persona dietro il lavoro, il secondo riflette sul valore delle persone comuni e sulla forza trasformativa dei piccoli gesti quotidiani. Il dittico riserva anche una scelta narrativa sorprendente: Luca ha un passato da missionario in Africa e un legame con i piani alti del Vaticano. Una biografia che a prima vista sembra lontanissima dal sellino di una bici da consegne”.
Che cosa scopre il protagonista nel secondo romanzo?
“Il secondo romanzo è soprattutto il viaggio di un uomo che, dopo una caduta e un fallimento, ritrova sé stesso. Luca si trova a fare i conti con quello che ha perso, con le sue certezze e con l’immagine che aveva di sé. E proprio attraverso le strade di Torino, gli incontri e le persone che incrocia ogni giorno, comincia lentamente a ricostruirsi. All’inizio pensa ancora che per dare un senso alla propria vita servano grandi risposte, grandi progetti, qualcosa di straordinario. Poi, invece, comincia a capire che il significato può trovarsi nelle cose più semplici: uno sguardo, una porta che si apre, una parola gentile, un grazie. Sono piccoli gesti, ma sono quelli che ci ricordano che siamo vivi e che siamo legati agli altri. Perché forse il senso della vita non è soltanto trovare sé stessi, ma capire che cosa di noi può rimanere negli altri”.
Si ispira a qualcuno?
“Il mio riferimento letterario è Tolkien, che mi ha insegnato più di molti saggi: le grandi battaglie non si combattono per conquistare un regno, ma per non perdere sé stessi”.
A proposito di battaglie, come procede quella sindacale?
“Nei due romanzi la battaglia sindacale occupa uno spazio rilevante. Non è un espediente narrativo: quella raccontata nei libri nasce da fatti realmente accaduti. Io c’ero. I miei colleghi c’erano. Abbiamo vissuto quelle assemblee, quelle discussioni, quelle speranze e quelle delusioni. Alla fine, i due libri convergono perché parlano della stessa guerra. Da una parte, uomini che cercano di non essere ridotti a un numero. Dall’altra, un’anima che lotta per non essere ridotta ai propri errori. La libertà, nel lavoro come nella vita, nasce sempre nello stesso luogo: quando un uomo ricorda il proprio nome. La vera libertà non sta nel sottrarsi al lavoro, ma nel non consegnare al lavoro la nostra identità”. (Da Via Po – Conquiste del Lavoro 14/10/2026).
Rocco Zagaria