Anche nello stabilimento della ex Ilva di Novi Ligure – comune di poco più di 27 mila abitanti in provincia di Alessandria – si è scioperato per 24 ore contro la decisione di
Poi, più nulla. Per i sindacati il problema viene da lontano: nessun piano industriale, nessuna riconversione ambientale e ora la prospettiva della cassa integrazione a zero ore. “Con la cassa integrazione – spiega Moreno Vacchina, storico rsu della Fim Cisl, in fabbrica dal 1986 – lo stipendio di un operaio scende da 1.700 a 1.150 euro al mese. Siamo di fronte a una bomba sociale perché di cassa integrazione non si vive”. Sul territorio gli effetti si vedono già: finanziarie che negano prestiti, banche che fanno questioni sui mutui, proprietari che non rinnovano gli affitti. “L’annuncio di Acciaierie d’Italia di fermare entro il 15 novembre lo stabilimento di Novi Ligure è un colpo durissimo per il Piemonte”, afferma Luca Caretti, segretario generale della Cisl Piemonte. “Non si può parlare di fermata temporanea quando non c’è una data di ripartenza, né un piano industriale, né un acquirente.
È una serrata”. Tre invece le priorità indicate da Marco Ciani, Segretario generale della Cisl Alessandria Asti. “Noi – sostiene Ciani – non vogliamo che questo impianto chiuda, anche a costo che l’acciaio venga acquistato fuori dal perimetro Ilva, se non si può fare diversamente. Serve un piano industriale organico per tutto il gruppo che consenta la continuità, perché non è pensabile in un Paese industriale come l’Italia rimanere senza acciaio. Negli ultimi cinque anni sono stati spesi circa 500 miliardi fra bonus e Pnrr. Occorre che si trovi una manciata di miliardi per far funzionare l’Ilva”.
A sostegno dei metalmeccanici in lotta per salvare lo stabilimento di Novi Ligure si sono schierate tutte le categorie della Cisl Alessandria Asti. Una vicinanza di cui Luigi Tona e Tino Camerano, segretari generali di Fim Cisl Alessandria Asti e Piemonte, ringraziano pubblicamente con un messaggio diffuso sui social. La vertenza, ricordano i due dirigenti Fim “si trascina da 14 anni, passando per governi di sinistra e di destra. Per Novi serve un atto di coraggio da parte della politica, una soluzione che veda lo Stato azionista di maggioranza e, con l’aiuto dei privati, rilanci la siderurgia nel Paese”.
Il primo cittadino di Novi Ligure Rocchino Muliere teme grandi ricadute anche sull’indotto e chiede da tempo un tavolo regionale esteso alla Liguria, per sganciare Novi e Genova dalle sorti di Taranto. Il presidente della Regione Alberto Cirio ha promesso che lo convocherà il prossimo 21 ottobre. Il tempo, però, stringe. Il 15 novembre è dietro l’angolo. Senza risposte, a Novi potrebbe restare solo il silenzio degli impianti. (Da Conquiste del Lavoro – 13/10/2026)
Rocco Zagaria

