La visita della FNP CISL Piemonte alla RSA San Giacomo di Piossasco

venerdì 2 Ottobre 2026 / Attualità

Ottanta posti letto distribuiti su due piani, ma soprattutto una struttura che non vuole essere un luogo chiuso, separato dalla comunità. È la RSA San Giacomo di Piossasco, visitata nei giorni scorsi da una delegazione della FNP CISL Piemonte, guidata dalla segreteria regionale, nell’ambito delle attività di conoscenza e confronto sulle realtà sociosanitarie del territorio.

Ad accompagnare la delegazione sono stati, tra gli altri, Maurizio Serpentino, presidente di Socialcoop, e Salvatore Rao della Bottega del Possibile. Dalle loro testimonianze loro è emersa una visione della RSA che va oltre la semplice risposta al bisogno assistenziale: la struttura può diventare un presidio di comunità, capace di intercettare i bisogni delle persone anziane prima ancora che si trasformino in emergenze.

«Infermiere, OSS ed educatrici sono l’anima della struttura», è stato sottolineato durante l’incontro. Sono loro, insieme alle altre figure professionali, a costruire quotidianamente quelle relazioni di fiducia che rappresentano una componente fondamentale della cura. Perché accanto alla malattia esiste un altro grande problema: la solitudine. E proprio la prevenzione dell’isolamento sociale è uno degli obiettivi del lavoro sviluppato dalla San Giacomo. Una micro-équipe multidisciplinare, che comprende anche l’assistente sociale, consente di leggere i bisogni in maniera complessiva e di lavorare sull’integrazione tra dimensione sociale e sanitaria.

Dalla RSA al territorio

Il modello sperimentato a Piossasco parte da una domanda precisa: come investire le risorse disponibili per rispondere davvero ai bisogni delle persone? La risposta è stata quella di portare competenze e servizi fuori dalle mura della RSA, aprendosi alla comunità. Gruppi di cammino, ginnastica dolce, servizi domiciliari, pasti a domicilio, incontri sulla prevenzione e sull’uso corretto dei farmaci, iniziative sulla sicurezza domestica sono alcune delle attività realizzate. Un lavoro costruito anche attraverso l’ascolto diretto della popolazione. Sono circa 900 le famiglie raggiunte da un questionario finalizzato a individuare bisogni e priorità. Da questa indagine sono emerse esigenze concrete, alle quali il progetto ha cercato di dare risposta. La RSA ha così aperto le proprie porte agli abitanti del territorio, creando attività che coinvolgono insieme residenti ed esterni. La ginnastica dolce, ad esempio, è diventata un’attività condivisa, mentre sono stati attivati gruppi di cammino autonomi. Per le persone più anziane e sole vengono inoltre preparati e consegnati 20-25 pasti al giorno a domicilio. Un ruolo importante è svolto dalla rete territoriale: la collaborazione con la Croce Rossa permette di accompagnare le persone alle attività di ginnastica, mentre volontari e Alpini contribuiscono concretamente alle diverse iniziative. Un sistema che, come è stato raccontato durante la visita, si alimenta anche grazie al passaparola.

La relazione come strumento di cura

«L’essenza delle attività è la relazione». A sottolinearlo è Rossana Coppa, educatrice, illustrando il progetto della comunità che si prende cura, basato sulla salute comunitaria, sulla prevenzione dell’isolamento e sulla promozione dell’invecchiamento attivo. La stimolazione non riguarda soltanto il corpo. Accanto alle attività motorie sono stati sviluppati percorsi di stimolazione cognitiva, come la Palestra della memoria, realizzata con la collaborazione di uno psicologo Michele Abbruscato, e numerose iniziative intergenerazionali. Particolarmente significativa è la collaborazione con le scuole: sono 28 le classi coinvolte, tra infanzia, primaria e scuola secondaria di primo grado. Un modo per creare occasioni di incontro tra generazioni e, allo stesso tempo, per restituire agli anziani un ruolo attivo all’interno della comunità. Il filo conduttore è sempre lo stesso: creare relazioni e garantire continuità. Perché l’ingresso in una RSA non dovrebbe significare la perdita dei rapporti con la comunità di appartenenza.

Prima i contenuti, poi i contenitori

Nel corso dell’incontro è stato affrontato anche il tema più generale delle politiche sociosanitarie e degli investimenti nel settore. Il riferimento è stato anche al PNRR, che ha finanziato numerose infrastrutture e nuovi “contenitori”. L’esperienza di Piossasco propone invece un approccio diverso: prima individuare i contenuti e i bisogni delle persone, poi costruire o adattare i contenitori necessari a dare loro risposta. Una prospettiva che richiama anche la necessità di affrontare il tema della sostenibilità del sistema. In Piemonte i posti accreditati sono circa 36 mila, mentre le quote sanitarie riguardano circa 18 mila posti. La questione delle rette e della loro ripartizione tra componente sanitaria e quota a carico della persona si intreccia inevitabilmente con quella della sostenibilità economica delle strutture e con il tema, altrettanto importante, della questione salariale e della dignità del lavoro. Dignità del lavoro e dignità dell’impresa, è stato sottolineato, devono procedere insieme. Perché la qualità dell’assistenza passa anche dalla possibilità di valorizzare adeguatamente chi ogni giorno lavora accanto alle persone fragili. Alla base delle attività della San Giacomo c’è infine un elemento che non può essere contabilizzato soltanto in termini economici: il tempo dedicato alle persone, la motivazione e la capacità di costruire una rete. Il progetto funziona perchè le persone ci credono: operatori, volontari, famiglie e realtà del territorio contribuiscono, ciascuno con le proprie competenze, a costruire una comunità più attenta agli anziani e ne hanno consapevolezza.

La visita della FNP CISL Piemonte ha rappresentato quindi un’occasione di confronto su un tema che riguarda da vicino il sindacato dei pensionati: come costruire un sistema di welfare capace non solo di curare la fragilità, ma anche di prevenirla, contrastando solitudine e isolamento e promuovendo un invecchiamento attivo. L’esperienza di Piossasco mostra che una RSA può essere non soltanto il luogo in cui si entra quando il bisogno assistenziale diventa alto, ma un presidio aperto alla comunità, capace di mettere competenze, professionalità e relazioni al servizio dell’intero territorio.

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