Senza radici non c’è futuro: i dati sulle RSA in Piemonte

lunedì 3 agosto 2020 / Attualità
#senzaradicinoncefuturo
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Nei mesi dell’emergenza Covid19, un vero e proprio ciclone si è abbattuto sulle strutture residenziali per anziani in Piemonte. Come spesso accade, terminata l’emergenza l’attenzione dell’opinione pubblica si è spostata su altri argomenti, rischiando di abbandonare nel dimenticatoio un vero e proprio dramma che ha coinvolto centinaia, se non migliaia di persone.

Certamente, però, la FNP non può dimenticare.

Guardandosi indietro, si può pensare di suddividere l’emergenza in tre diversi momenti: all’inizio il problema del Coronavirus nelle strutture è stato sostanzialmente ignorato. La crescita esponenziale dei contagi e dei decessi ha creato un panico generalizzato che ha impedito di fare analisi più lucide sulla provenienza dei contagi. Nel frattempo, un altro genere di panico ha travolto i dirigenti delle strutture, e in particolare delle RSA (Residenze Socio-Sanitarie): come lamentano nel questionario che è stato proposto dall’Istituto Superiore della Sanità, il 77% delle RSA ha avuto difficoltà nel reperimento dei Dispositivi di Protezione Individuale, più della metà si è vista impossibilitata ad eseguire tamponi per diagnosticare l’affezione da Coronavirus; inoltre, un terzo delle strutture ha dovuto fare i conti con l’assenza del personale, isolato a casa in malattia oppure trasferitosi al settore pubblico. L’ISS ha fornito nel suo report le risposte ottenute a livello nazionale, ma non è difficile trovare un ampio riscontro anche nella realtà piemontese.

La seconda fase è stata quella della consapevolezza e dell’indignazione. L’opinione pubblica ha iniziato a essere sollecitata sulle situazioni degli anziani nelle strutture residenziali e il termine “RSA” è entrato nel lessico comune, sebbene fino a quel momento fosse conosciuto soltanto dalle famiglie che avevano a che fare con quella realtà (e nemmeno da tutte: il termine più diffuso, anche se spesso improprio, rimaneva “Casa di riposo”). La rinnovata attenzione sul tema ha portato a un’intensificazione dei controlli, con una migliore diffusione dei DPI e con lo svolgimento di tamponi a tappeto sui residenti delle RSA: purtroppo, però, si è trattato della proverbiale stalla che viene chiusa quando i buoi sono già scappati.

Ora ci troviamo in una nuova fase: quella in cui l’opinione pubblica prova a voltare pagina, incoraggiata da una vita che sta riprendendo più o meno come prima dell’emergenza. Chi invece prova ad analizzare i numeri della strage avvenuta nelle RSA si scontra con la reticenza delle istituzioni e con un disinteresse che giorno dopo giorno si allarga (anche l’indagine dell’ISS, che è già stata citata, ha ottenuto soltanto il 41% delle risposte dalle strutture piemontesi).

Un unico punto riesce ancora a smuovere i sentimenti delle persone, in particolare quelle coinvolte direttamente: la solitudine degli anziani residenti nelle strutture. Per molti di loro il lockdown non è ancora concluso: le regole imposte dalla Regione per le visite ai parenti ricoverati sono molto stringenti, e poco più di un mese fa si stimava che più della metà delle RSA avesse preferito non aprire affatto agli incontri con i famigliari.

In tutte le fasi di questa situazione drammatica, la FNP ha provato a recitare un ruolo da protagonista, incontrando però diverse difficoltà. Per affrontare una situazione tanto complessa, è apparso chiaro fin da subito che le sole forze dell’Organizzazione avrebbero potuto non essere sufficienti: per questo si è scelto un approccio convintamente unitario, lavorando in sinergia con SPI e UILP. È stata commissionata ad un gruppo tecnico una ricerca sul tema dei contagi nelle RSA, è stata predisposta una campagna informativa (“Senza Radici non c’è futuro”) ed è stato annunciato che le tre sigle sindacali si sarebbero costituite parte civile in eventuali processi contro le strutture, nei casi di evidenti responsabilità.

La ricerca condotta dal gruppo tecnico unitario ha avuto come scopo principale quello di mappare le quasi 800 strutture residenziali presenti sul territorio. Basandosi sui dati pubblicati dalla Regione Piemonte, sono stati raccolti i dati amministrativi e tecnici (ad esempio numero e tipologia di posti letto, titolare dell’autorizzazione, tipologia di titolare, ubicazione esatta…) di ognuno dei presidi. Si è poi provato a reperire i dati del contagio da Coronavirus, concentrandosi prevalentemente sulla stampa locale, particolarmente attenta anche ai casi meno eclatanti (a differenza delle testate maggiori, che si sono focalizzate su un numero limitato di casi particolarmente gravi). È stato fondamentale il coinvolgimento degli attivisti operanti sul territorio, che con la loro rete di relazioni hanno saputo in alcuni casi arrivare dove anche la stampa locale non era entrata.

Nonostante il loro impegno, però, circa la metà delle strutture sono rimaste “nell’ombra”: per quasi 400 di esse, infatti, non è stato possibile reperire dati.

Non sono presenti dati attendibili nemmeno sul numero di ospiti effettivamente presenti nelle strutture alla vigilia del lockdown, quindi si è calcolato il tasso di contagio rapportando i casi positivi al numero di posti letto complessivi della struttura.

Questo ha fatto emergere un numero di contagiati pari all’8,2%: un dato sicuramente sottostimato, che sconta l’impossibilità di reperire informazioni su un numero maggiore di strutture. È possibile vedere nella tabella allegata la percentuale di positivi rilevati per ognuna delle otto province piemontesi.

Un risultato interessante è dato dalla distribuzione dei contagi: nelle strutture pubbliche (che sono la minoranza, 201 contro le 567 del settore privato – le restanti sono situazioni indefinite) si sono registrate percentuali di contagio generalmente più basse.

Si è verificata una certa polarizzazione, con una divisione netta tra strutture nelle quali il contagio si è diffuso ampiamente, anche oltre alla metà dei residenti, e altre strutture nelle quali il coronavirus non è affatto entrato. Ovviamente, questo si può spiegare con l’alto tasso di viralità del Covid19.

Crediamo che il vero valore aggiunto della ricerca, però, stia nell’offrire l’opportunità agli attivisti sul territorio di conoscere meglio il mondo della residenzialità per anziani. Si tratta di un argomento di cui non si è parlato a sufficienza in passato, ma che è cruciale per la qualità della vita di molte persone.

Proprio per questo, nel numero 5 del foglio informativo “negoziAZIONE”, che la FNP invia periodicamente ai negoziatori sociali operanti in Piemonte, sono presentati tutti i dati della ricerca suddivisi per RLS (Rappresentanze Locali Sindacali): lo alleghiamo all’articolo, perché sono presenti molti altri dati per chi volesse approfondire la situazione.

Infine insieme a SPI e UILP nei prossimi mesi la FNP negozierà con la Regione un miglioramento della sanità territoriale, che non può prescindere da un nuovo modello di RSA: per questo sarà importante che in Piemonte a ogni livello dell’organizzazione si riservi un’attenzione particolare al tema della residenzialità per anziani. Nel tentativo di diffondere il più possibile le proprie idee al riguardo, la FNP regionale ha dedicato al tema una puntata della trasmissione “Sportello Pensioni” (si può visualizzare cliccando qui) e un video della mini-serie “Pillole di Sportello Pensioni”, costituito da tre dirette Facebook (si può visualizzare cliccando qui).

Paolo Arnolfo

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