Il rapporto annuale Istat 2026 fotografa la trasformazione silenziosa dell’Italia. L’industria arretra, la produttività langue e il lavoro si sposta dalle fabbriche ai servizi di cura e ristorazione
L’Italia è un paese che produce sempre meno, lavora di più – ma in modo meno efficiente – e assiste impotente alla propria deindustrializzazione. È questa, in sintesi, una delle fotografie più interessanti contenute nel Rapporto Istat 2026 sul nostro Paese.
Secondo l’Istituto nazionale di statistica, presieduto da Francesco Maria Chelli, la manifattura nazionale è in declino strutturale, la produttività segna il passo, e il sistema produttivo si è rimodellato in profondità, ma senza una strategia precisa.
Tra il 2018 e il 2025 la produzione manifatturiera nell’Unione europea è cresciuta del 2,2 per cento. Dietro questa media, però, si nascondono situazioni molto diverse tra loro. Se da un lato la Polonia cresce del +32,9 per cento, il Belgio del +21,7 per cento e la Spagna di un 0,5 per cento, dall’altro, l’Italia perde il 7,4 per cento della propria produzione manifatturiera. Fa peggio del Belpaese solo la Germania, con un -14,3 per cento, trascinata dalla crisi dell’automotive e dai costi energetici, mentre la Francia limita i danni con un -3,1 per cento.
C’è un secondo livello di lettura che il Rapporto Istat 2026 offre e riguarda la ricomposizione occupazionale del sistema Italia. Tra il 2007 e il 2024, le risorse umane impiegate nel sistema economico italiano sono cresciute di circa 1,4 milioni di occupati. Misurate in Unità di Lavoro equivalenti a tempo pieno (ULA), la crescita si riduce però a 600 mila unità, pari a un +2,4 per cento in diciassette anni.
In questo arco di tempo si è registrato un intenso movimento di lavoratori tra i diversi settori della nostra economia. La manifattura ha perso quasi 700 mila ULA; il Commercio oltre 300 mila e la Pubblica amministrazione oltre 225 mila. Dall’altra parte, la Sanità e l’assistenza sociale hanno guadagnato quasi mezzo milione di unità di lavoro, e altrettante ne hanno acquisite le Attività professionali, scientifiche e tecniche e i Servizi di alloggio e ristorazione.
Un cambio di modello economico che ha coinvolto tutto il paese e che in alcune zone è stato ancora più marcato. È il caso della provincia di Torino. “Nel 1951 – ricorda l’economista Mauro Zangola, per tanti anni a capo dell’Ufficio Studi dell’Unione industriali del capoluogo regionale – l’industria in senso stretto (che comprende le attività manifatturiere, di produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua) forniva da sola il 64,4% del valore aggiunto provinciale; il terziario forniva il 28,4%; il settore delle Costruzioni il 4,1% e l’Agricoltura il 3,1%. Oggi il settore più importante è il terziario che fornisce il 70,5% del valore aggiunto prodotto nel 2023; l’Industria contribuisce con il 23,3%; le Costruzioni con il 5,6%, l’Agricoltura con lo 0,6%. Nella sola provincia di Torino, tra il 1971 e il 2020, l’industria manifatturiera ha perso circa 300 mila addetti recuperati dal settore terziario e dalle Costruzioni”.
Il calo più marcato nel settore industriale a livello nazionale ha riguardato il tessile-abbigliamento, che ha perso 235mila occupati, quasi il 40% del totale. Contrazioni significative si sono registrate anche nei comparti del legno, dei minerali non metalliferi, della gomma e delle materie plastiche. Complessivamente, manifattura, commercio e settore pubblico hanno visto scomparire circa 1,35 milioni di posti di lavoro.
Per l’Istat non si tratta soltanto di una riduzione dell’occupazione industriale, ma di un cambiamento strutturale. Una quota crescente di lavoratori si è spostata dalla manifattura verso attività ad alta intensità di lavoro ma caratterizzate da una produttività più debole. Un fenomeno che ha contribuito alla stagnazione della produttività del Paese: dal 2007 la produttività oraria del lavoro in Italia è aumentata appena dell’1,4%, contro l’11% della Germania e il 18% della Spagna.
Il Rapporto evidenzia infine una crescente concentrazione del sistema produttivo. Tra il 2007 e il 2023 la quota di fatturato realizzata dalle grandi imprese è aumentata di sette punti percentuali, raggiungendo il 36,1% del totale, segnale di un progressivo consolidamento del tessuto industriale italiano.
“Tra il 2007 e il 2024, l’occupazione complessiva è aumentata – si legge nell’introduzione del capitolo 4 rapporto Istat 2026 – ma con una profonda ricomposizione settoriale. Tale ricollocazione della forza lavoro ha contribuito a determinare una dinamica sostanzialmente stagnante della produttività. Negli ultimi decenni si è registrato un significativo miglioramento del livello di istruzione degli occupati, con una forte crescita della quota di laureati. Tuttavia, questo progresso non si è tradotto in un aumento altrettanto rilevante dell’occupazione qualificata, né in un rafforzamento diffuso delle competenze nei settori più avanzati”. In conclusione, la trasformazione silenziosa del tessuto economico del Paese va avanti da tempo, ma una vera strategia e una precisa direzione di questo cambiamento non sono ancora chiare. (da Via Po Economia di mercoledì 24 giugno 2026)
Rocco Zagaria