Il capitalismo cambia pelle: intervista all’analista economico Giuseppe Sabella

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Il capitalismo cambia pelle: intervista all’analista economico Giuseppe Sabella

Intervista all’analista economico Giuseppe Sabella, che ci spiega come sta mutando il sistema economico mondiale e quali sono le leve di questa trasformazione

Digitale. Intelligenza artificiale. Energia. Sono queste le nuove leve che stanno riscrivendo le regole del sistema economico mondiale e del nuovo capitalismo. A sostenerlo è l’analista economico Giuseppe Sabella, autore del libro “La Grande Transizione del capitalismo” (Rubettino, 2025, 19 euro). La tesi di Sabella è questa: esaurita la spinta della globalizzazione dopo il 2008, il capitalismo si sta riorganizzando. Sabella, originario di Morbegno (So), 54 anni il prossimo 30 luglio, è autore di numerose pubblicazioni. Oltre a collaborare con Il Sole 24Ore, Tgcom24 e RaiNews24, dirige il think tank indipendente Oikonova, specializzato in economia e lavoro. Ha firmato anche le voci “Globalizzazione” e “Decoupling” nel Dizionario di Geopolitica 2025 del CASD (Centro Alti Studi per la Difesa). Il suo ultimo libro “La Grande Transizione del capitalismo” ha vinto il premio letterario Parco Majella per la saggistica che si è svolto il 17 e 18 luglio 2026 ad Abbateggio (PE) ed è stato finalista al premio letterario del Green Economy Festival di Parma ad aprile di quest’anno. Per saperne di più di questo cambio di pelle del capitalismo mondiale, lo abbiamo intervistato. Ecco che cosa ci ha detto.

Dottor Sabella, come nasce l’idea di questo libro?

Nel 2020, mentre in pieno lockdown finivo di scrivere “Ripartenza verde” (Ed. Rubbettino), sono rimasto colpito da un’intervista di Slavoj Žižek: nel dibattito sul mutamento della globalizzazione, Žižek diceva che il covid segnava la fine del capitalismo. Una tesi audace, ma a me il capitalismo pareva alquanto vivo. Pochi mesi dopo, discutendone con Mauro Magatti, mi sono convinto che stessimo vivendo una transizione capitalistica. Ho così maturato l’idea di scrivere un libro che mostrasse come la Grande Transizione, prima ancora che ecologica, fosse essenzialmente economica. Da quell’intuizione è nato “La Grande Transizione del capitalismo”.

Che cosa è successo in questi anni alla globalizzazione e al capitalismo comunemente inteso?

Dopo la crisi di Lehman Brothers, gli USA cambiano strategia. Anche grazie alla shale revolution – che li rende energeticamente autonomi – la globalizzazione non è più soltanto delocalizzazione (offshoring), ma anche rientro delle produzioni (reshoring), favorito da Obama, e protezionismo, inaugurato da Trump già nel suo primo mandato. La Grande Transizione non è soltanto il passaggio dal fossile al rinnovabile: è il passaggio da un capitalismo fondato sulla globalizzazione e sull’interdipendenza a uno fondato sul digitale, sulla sicurezza energetica e sulla competizione tecnologica. La politica non può che accompagnare queste trasformazioni economiche che maturano prima nei mercati e nelle grandi imprese. È una dinamica che ritroviamo nelle riflessioni di Braudel, Schumpeter e Polanyi.

Lei sostiene che la sostenibilità sia il “codice linguistico” del grande capitale. Perché la sostenibilità e la transizione ecologica sono il nuovo discorso della legittimazione capitalistica?

Per Lacan il discorso non è soltanto un modo di comunicare, ma il linguaggio attraverso cui una società organizza e legittima i propri rapporti di potere. La globalizzazione si è servita del discorso della “fine della storia”: con il crollo dell’URSS sembrava che la democrazia liberale e il libero mercato fossero l’approdo inevitabile di tutti i Paesi. La storia ha dimostrato che non è così. Ecco perché i grandi attori del capitalismo hanno costruito una nuova narrazione: quella della sostenibilità. Questo non significa negare la crisi climatica. Significa chiedersi perché proprio oggi essa diventi il motore di un nuovo ciclo di investimenti. La sostenibilità è così il linguaggio attraverso cui il capitalismo legittima questa nuova fase. In Europa, questa impostazione prende forma nel Green Deal, che è anche politica industriale, perché orienta i capitali verso settori emergenti: energia, reti, batterie, semiconduttori, software, idrogeno, mobilità, edilizia. In questo quadro, il capitale tende a presentare la tecnologia come una soluzione salvifica, come emerge in modo emblematico nel pensiero di Peter Thiel. In realtà non è la tecnologia, di per sé, a determinare gli esiti sociali della transizione, ma il modo in cui capitale e politica decidono di impiegarla.

A chi conviene la transizione?

Conviene anzitutto ai grandi operatori finanziari e industriali che stanno investendo nella nuova infrastruttura tecnologica della transizione. Ciò non esclude benefici collettivi, ma oggi i principali flussi di valore si concentrano nelle nuove tecnologie che stanno ridisegnando l’economia.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca è la fine del Green Deal?

Trump non può invertire una trasformazione economica già in corso. Durante il suo primo mandato, peraltro, gli USA hanno registrato un numero record di chiusure di centrali a carbone. Oggi la transizione ecologica è trainata meno dalle politiche climatiche e sempre più dalla competizione tecnologica, dalla sicurezza energetica e dagli investimenti privati.

Nella lettura geopolitica USA-Cina lei parla di supremazia cognitiva più che commerciale: quali sono le conseguenze reali sui sistemi economici europei?

Di supremazia cognitiva parla espressamente la NATO nei suoi documenti. Il concetto indica la capacità di influenzare e dominare l’ambiente informativo per garantire la superiorità nella guerra moderna, che è una guerra ibrida, in cui siamo immersi da anni (vedi fenomeno fake news). In questo senso, l’IA è il fattore abilitante per eccellenza. Chi controlla IA, cloud, piattaforme e dati controlla produttività, sicurezza e, in prospettiva, sovranità economica. Tuttavia, rispetto a USA e Cina, questo è il terreno su cui l’Europa sconta un rilevante ritardo di cui anche i sistemi economici risentono.

Le imprese italiane, spesso piccole e non quotate, come si posizionano in questo scenario dominato dai grandi fondi e dalle Big Tech? C’è ancora spazio di manovra per loro?

Le imprese italiane sono nel 95% dei casi delle microimprese, spesso non in grado di sostenere gli investimenti richiesti dalla nuova competizione globale. Servono processi di consolidamento e aggregazioni per investire in digitalizzazione, IA e internazionalizzazione.

Next Generation EU, PNRR e Green Deal sono presentati come architrave della “Grande Transizione”: a che punto siamo?

I due grandi driver della Grande Transizione sono il digitale e l’energia. Le rinnovabili coprono ormai quasi la metà dell’elettricità europea, ma questa rappresenta appena un quarto dei consumi energetici. I veri colli di bottiglia restano le reti e i sistemi di accumulo. Si pensi alle auto: ma come si può elettrificare la mobilità con infrastrutture scarse e capacità di accumulo ancora debole? Per quanto riguarda il digitale, siamo lontani e dipendenti dal tech made in USA, sia per quanto riguarda il cloud, sia per ciò che concerne IA, piattaforme software e semiconduttori.

Per un sindacato che si occupa di contrattazione, quali sono i punti cardinali concreti su cui dovrebbe misurarsi in questa fase, secondo la sua analisi?

La tecnologia digitale, in particolare, sta completamente ridisegnando il lavoro, sia in termini di competenze sia di modalità. È un cambiamento che il sindacato fatica ancora a intercettare e rappresentare. Tuttavia, ogni rivoluzione tecnologica tende inizialmente a spostare valore verso il capitale. Ce lo dice un’ampia letteratura, a partire dalla Scuola di Francoforte. La sfida non è fermare l’innovazione, ma redistribuire la ricchezza che produce. Per questo va costruito un nuovo equilibrio tra capitale e lavoro, fondato sul salario e sulla redistribuzione del valore: è qui che il sindacato può oggi svolgere una funzione decisiva. Non a caso Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica Humanitas, richiama l’attenzione proprio sulla trasformazione digitale e sull’IA come nuova questione sociale del nostro tempo. È questa, in fondo, la vera sfida della Grande Transizione: governare il cambiamento senza rinunciare alla centralità del lavoro e della persona. (da Via Po Economia – mensile di Conquiste del Lavoro del 22 luglio 2026)

Rocco Zagaria

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