“Il caporalato è anche qui, tra frutteti e vigneti”: intervista a Emilio Capacchione Segretario generale Fai Cisl Piemonte

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Emilio Capacchione Segretario generale Fai Cisl Piemonte “Il caporalato è anche qui, tra frutteti e vigneti”: intervista a Emilio Capacchione Segretario generale Fai Cisl Piemonte

Emilio Capacchione, segretario generale Fai Cisl Piemonte, analizza il fenomeno dello sfruttamento lavorativo in agricoltura in regione: dai dati alle buone pratiche, dalle cause strutturali alle proposte del sindacato

Emilio Capacchione, classe 1968, salernitano di nascita e novarese di adozione, dipendente Barilla dal 1988, è segretario generale della Fai-Cisl Piemonte, da un paio d’anni. Guida una federazione regionale di 10 mila iscritti, e in questa intervista a Conquiste del Lavoro fa il punto sul fenomeno del caporalato in Piemonte.
Segretario Capacchione, il caporalato in regione: un fenomeno ancora sottovalutato?
“Dobbiamo essere onesti: il nostro territorio, con i suoi frutteti del Saluzzese, i vigneti delle Langhe, le campagne del Cuneese e dell’Astigiano, attira ogni anno decine di migliaia di lavoratori stagionali, in grande maggioranza migranti. E dove c’è vulnerabilità e c’è domanda di manodopera flessibile, il rischio di sfruttamento si fa concreto”.
Quali sono le aree più esposte e quali le forme che assume il fenomeno?
“Le zone più critiche sono il distretto della frutta di Saluzzo, nel Cuneese, e le Langhe con i loro vigneti di pregio come il Barolo e il Barbaresco. A Saluzzo arrivano ogni anno circa 13 mila lavoratori stagionali. Nelle Langhe, invece, inchieste recenti hanno documentato situazioni gravissime: turni fino a 15 ore, paghe tra i 3 e i 5 euro all’ora, alloggi indegni, episodi di violenza e minaccia. Un dossier ha stimato un giro d’affari illegale di quasi 40 milioni di euro in due anni in quella sola zona, legato al lavoro irregolare. Parliamo di territori che producono eccellenze enogastronomiche mondiali. È un paradosso inaccettabile”.
Chi sono le vittime di questo fenomeno?
“Le vittime sono quasi sempre lavoratori migranti in condizioni di estrema vulnerabilità: persone con permessi di soggiorno precari, in attesa di una risposta alla domanda di asilo, spesso indebitate per il viaggio che hanno compiuto fin qui. Non hanno alternative, non conoscono i propri diritti, non parlano l’italiano. I caporali sfruttano esattamente questa fragilità: organizzano trasporti, alloggi fatiscenti, anticipano denaro a tassi usurai e poi trattengono buona parte del salario”.
Perché il Piemonte viene indicato come modello positivo a livello nazionale?
“Perché qui si è scelto di lavorare insieme, e questo fa la differenza. Il ‘Protocollo Saluzzo’, varato nel 2020, che è riuscito a mettere attorno allo stesso tavolo Prefettura, Comuni, Regione, associazioni e sindacati, ha creato un sistema pubblico di accoglienza. Offre posti letto, servizi di orientamento, mediazione interculturale, assistenza sanitaria, lettura dei contratti. È stato indicato come esempio virtuoso dal commissario governativo contro gli insediamenti abusivi. Poi sono arrivati il Tavolo regionale permanente sul caporalato, istituito nel 2024, e il progetto Common Ground”.
Qual è il ruolo della Fai Cisl e del sindacato in questo contesto?
“La Fai Cisl è presente nei territori più esposti, fa informazione, accompagna le persone, segnala le irregolarità. Ma non basta la presenza: servono strumenti nuovi. Insieme alla Cisl Piemonte abbiamo avanzato proposte concrete come la costituzione di Osservatori territoriali che facciano rete per l’accoglienza, sul modello Saluzzo, e che raccolgano segnalazioni sulle violazioni, ispirandosi al modello già sperimentato a Torino per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Inoltre, attraverso la contrattazione provinciale e gli Enti Bilaterali si possono proporre corsi di lingua e lettura del contratto per i lavoratori immigrati, diventando anche catalizzatori della domanda e offerta di lavoro nel settore. Il sistema agricolo piemontese per migliorare su questo versante, deve aderire alla Rete del lavoro agricolo di qualità istituita presso l’Inps, in modo da certificare e valorizzare le aziende agricole virtuose che operano nel pieno rispetto delle norme contrattuali, previdenziali e fiscali”. (da Conquiste del Lavoro del 29 maggio 2026)

Rocco Zagaria

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