Aveva 65 anni, dopo gli inizi a La Stampa era passato al quotidiano la Repubblica sotto la direzione di Ezio Mauro. E’ stato per 15 anni (dal 2007 al 2022) il capo della redazione torinese del quotidiano fondato da Eugenio Scalfari
È morto per un malore improvviso il giornalista Pier Paolo Luciano, per vent’anni a Repubblica, responsabile della redazione di Torino dal 2007 al 2022. Aveva 65 anni. Nato a Caraglio, in provincia di Cuneo, ha iniziato alla Stampa nella redazione di Cuneo. Si è poi trasferito nella sede centrale del giornale a Torino. Dopo dieci anni è passato a Repubblica. E’ stato anche vicedirettore di Mondo Economico. “Una voce libera e originale del giornalismo economico e sociale”: così la Cisl di Torino e del Piemonte definisce il giornalista di Repubblica Pier Paolo Luciano. “La morte improvvisa di Pier Paolo Luciano – afferma il sindacato – ci addolora profondamente. Perdiamo una bella persona. Pier Paolo non amava i riflettori, era molto riservato, ma sempre gentile e disponibile. Appassionato di economia e attento al sociale, nei suoi tanti anni al timone della redazione torinese de La Repubblica ha sempre dato voce e spazio al mondo del lavoro e alle idee di tutti”. “In questo momento di grande dolore – aggiunge – tutta la Cisl di Torino e Piemonte si stringe intorno ai familiari, agli amici, alle colleghe e ai colleghi de la Repubblica per questa grave perdita. Ci mancherà molto”.
Il ricordo dell’amico e collega, Maurizio Crosetti, pubblicato sul sito di Repubblica Torino
E così, dopo il Griso se ne va anche Pierpòl. Non si fa così, non potete partire ogni volta senza salutare, lasciandoci il tremendo rimorso di un abbraccio rimandato, un altro ancora e invece no, il tempo è finito. Ma era difficile abbracciare Pier Paolo Luciano, per quindici anni capo della redazione torinese di Repubblica e morto all’improvviso a 65 anni, così pochi, maledizione, perché lui era riservato e un po’ chiuso, era timidissimo, e questo aumentava la timidezza eventuale di chi lo incrociava. Però, che bello lavorarci insieme, quanto gusto per le cose ben fatte, serie, scrupolose, ordinate, controllate. Le cose amate, senza bisogno di sbandierarlo.
In quella redazione di gente come si deve c’era un capo fenomenale, Pierpòl, e c’era un inviato di incredibile bravura e versatilità, Paolo Griseri. Nel volgere di un battito di ciglia se ne sono andati per colpa di un altro battito, però del cuore. La sveltezza è una virtù dei bravi giornalisti che devono mettere insieme rapidità e qualità, ci sia da scrivere un pezzo oppure pensarlo, chiederlo, organizzarlo e poi metterlo in pagina. In questo, Pier Paolo era un maestro proprio come il Griso con la penna. Sapeva farsi girare in mano la giornata e la notizia, come si dice, tenendo poi tutto insieme con equilibrio e stile. Era chiuso, Pierpòl, e a volte spigoloso nei suoi silenzi, ma era gentile, educato, accogliente, colto, sapeva che la forma è sostanza. Metteva sempre giacca e cravatta, ogni giorno (era elegantissimo, dentro e fuori), fuorché la domenica quando si concedeva un pullover. Il suo terreno giornalistico era economico (fu lui a varare il supplemento “Piemonte Economia”), ma la cosa che lo appassionava di più era la Juve. Quanto ne abbiamo parlato, insieme.
Era un cuneese tosto e concreto, dalla sua Borgo San Dalmazzo e passando per Cuneo era arrivato, prima che a Repubblica, alla redazione della Stampa, dove lo aspettavano all’ufficio centrale che può essere una cayenna, ma è lì che si fa il giornale. Il bello scrivere serve a poco se non è inserito in un progetto complessivo di squadra, se non rappresenta una certa idea del mondo, della regione, della città, del borgo. Il giornale è anche un servizio, dev’essere utile a chi legge e Pier Paolo non metteva mai in pagina una notizia purché fosse. C’era sempre un senso, e lui lo governava.
Non è automatico essere amici dei colleghi, ma con Pierpòl era subito scattata l’intesa. Anni e anni accanto, scegliendo ogni giorno qualcosa per cui valesse la pena spendersi. Pochi giornalisti hanno reso meglio di lui l’idea della chiave a stella di Primo Levi, cioè il valore di un lavoro ben fatto e senza fronzoli, non importa se si deve montare una gru o una pagina di giornale. Pier Paolo Luciano era un cavallo da tiro e, insieme, un purosangue, perché bisogna saper fare le due cose, meglio che si può. Trascorreva quasi tutto il tempo in redazione tra riunioni e desk, un compito a volte gramo che consuma, senza le soddisfazioni e le gioie di chi scrive e gira il mondo. Della sua vita privata, diceva poco. Ma sappiamo che amava ed era amato, e nient’altro conta.
Pierpòl, stile sabaudo dalla testa ai piedi, lo zainetto blu sulla spalla e il soprabito scuro, poteva stare dieci ore di fila al desk e cibarsi di una foglia di lattuga e mezza bistecca, mai un goccio di vino (era astemio), magro come un chiodo o un mezzofondista. Da ragazzo aveva corso in bici, e il ciclismo era l’altra sua passione sportiva. Quando un pezzo gli piaceva, non mancava mai di mandare una riga di mail all’autore per farlo sapere, e poi sempre il proposito comune di vederci presto, specialmente dopo il suo prepensionamento, tre anni fa, che per molti di noi è una forca, una piccola morte in attesa di quella vera. Il lavoro gli mancava, e Pierpòl lo confessava a bassa voce solo agli amici più stretti.
Ai funerali del Griso aveva gli occhi lucidi e nessuna spiegazione, come tutti noi adesso, per lui. Corrono al galoppo i ricordi nella sera silenziosa, ora siamo più soli ripensando alle luci accese in ufficio quando vien tardi, e si aspetta di vedere la bozza dell’ultima pagina che esce tiepida dalla stampante, anche le sbavature vanno corrette perché il diavolo, com’è noto, abita nei dettagli. Sono momenti magici. E poi le aste del fantacalcio, i racconti strazianti di quando Pierpòl andava a trovare l’anziana madre che non lo riconosceva più e gli domandava di suo fratello, lui che era figlio unico: quel dolore smarrito negli occhi. Ma anche le risate, le battute che lo facevano diventare tutto rosso, le brevi domande sugli amici comuni in questo lungo, brevissimo viaggio tra le parole, hai più sentito Dario?, come sta Gabriele? E chissà come stavi davvero tu, dolce Pierpòl, che se anche avessi avuto qualcosa di scuro che ti attraversava il cielo non lo avresti detto a nessuno. Ora te ne vai come una pagina da chiudere presto e bene, senza neppure un errore.

