Quanti si sono infettati dopo il vaccino? Ecco i dati dell’Istituto Superiore di Sanità

giovedì 10 giugno 2021 / Focus

Prima di proseguire è necessario precisare che l’utilità del vaccino non è fermare il contagio, ma evitare che la persona vaccinata presenti esiti gravi della malattia. È evidente che questo vantaggio riguarda soprattutto le persone che altrimenti, se non vaccinate, sarebbero a rischio di sviluppare la malattia, come gli anziani e i fragili.

Fatta questa premessa, l’Istituto superiore di Sanità ha pubblicato il primo report di analisi congiunta dei dati dell’anagrafe nazionale vaccini e della sorveglianza integrata Covid-19 che conta i casi di re-infezione in pazienti vaccinati.

Risultato: fino al 4 aprile su 7.370.008 vaccinati con almeno una dose ci sono state 29.839 persone che si sono infettate entro le due settimane dal vaccino e 32.020 dopo il quindicesimo giorno. In sintesi lo 0,8% dei vaccinati è risultato positivo ad un tampone.

L’età media dei vaccinati con una diagnosi è di 57 anni, quella di pazienti con un ricovero successivo alla diagnosi è di 84 anni e l’età mediana delle persone decedute è di 87 anni.

Il rischio di infezione da SARS-CoV-2, ricovero e decesso diminuisce progressivamente dopo le prime due settimane e fino a circa 35 giorni dopo la somministrazione della prima dose. Dopo i 35 giorni si osserva una stabilizzazione della riduzione che è circa dell’80% per il rischio di diagnosi, del 90% per il rischio di ricovero e del 95% per il rischio di decesso.

È importante specificare il valore percentuale di efficacia. Ad esempio il “95% di efficacia” non significa che su 100 vaccinati, 5 non avranno benefici dal vaccino. Il 95% di efficacia ha un valore probabilistico, significa che un paziente vaccinato ha il 95% in meno di probabilità, rispetto a un soggetto non vaccinato, di subire i sintomi dell’infezione se entra in contatto con il virus.

Questa probabilità è stata evidenziata dal confronto che viene fatto durante la ricerca, fra che cosa accade a un gruppo controllato di vaccinati e a uno di non vaccinati se esposti al virus. Il vaccino fa sì che il gruppo di vaccinati presenti percentuali di malattia grave molto più basse rispetto al gruppo dei non vaccinati.

Concludendo, pare che il vaccino riesca a proteggere dagli esiti più gravi di COVID-19, ciò non esenta dall’abbassare il livello di guardia e soprattutto non esenta dal proseguire i monitoraggi sanitari così da poter prevenire tempestivamente i casi  più gravi, proporre cure domiciliari mirate così da poter evitare le ospedalizzazioni e velocizzare il processo di guarigione. Il monitoraggio attento dell’efficacia dei vaccini dovrà viaggiare allineato al monitoraggio di questi altri aspetti della sanità pubblica.

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