La Cisl alle sfide del dopo-covid

martedì 9 marzo 2021 / Attualità

di Agostino Pietrasanta (*)

La Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL), negli ultimi giorni ha fatto notizia: il passaggio di consegne al livello nazionale tra la segretaria Anna Maria Furlan e il successore Luigi Sbarra ne è stata ovvia e opportuna occasione. Col nuovo segretario si allunga la serie di avvertite personalità talora criticate e contrastate anche all’interno dell’esperienza confederale, ma sempre rispettate e legittimate da una presenza nel mondo del lavoro e nella esperienza del lavoratore, che non ha conosciuto soluzioni di continuità.

Non pretendo certo di delineare neppure nei sommi capi le vicende storiche di un Sindacato e dei suoi vertici; mi limiterei a riprendere tre elementi costitutivi della presenza cislina nella società italiana dal secondo dopoguerra e fino a oggi. Si tratta di snodi che, nel complesso e nei loro risvolti decisivi, non sono mai entrati in crisi, neppure in un contesto di deriva della politica nazionale. Al punto che, sintomo importante, non solo la CISL, ma tutto il sindacalismo confederale non  si è incartato nella degenerazione morale che troppo spesso i dirigenti delle diverse parti politiche hanno vissuto.

A una attenta valutazione le tre componenti di riferimento, proprie della cultura e dell’esperienza CISL, si ritrovano tutte, in qualche misura, nell’iniziativa di Giulio Pastore. Il Sindacato (la vicenda è ben nota) nasce nel 1950 e il suo principale fondatore, passato attraverso il travaglio seguito alla frattura dell’esperienza unitaria, ma soprattutto ispirato dall’attività nel gruppo dossettiano della DC risentiva, in un quadro di rinascita della Nazione, degli influssi socialmente avanzati della sua appartenenza politica. Il gruppo di Giuseppe Dossetti aveva introdotto nella ricostruzione istituzionale, una parte fondamentale della democrazia progressiva, coniugata con la tradizione del cattolicesimo democratico; il tutto si conciliava con una dinamica personalistica che aveva contribuito non poco alla redazione della Carta fondamentale della Repubblica. La centralità del cittadino e l’urgenza della sua formazione integrale ne derivava come conseguenza necessaria; in campo sindacale, questo si traduceva nella centralità del lavoratore e della sua esperienza nella determinazione dei suoi diritti economici, ma prima ancora di crescita personale e di consapevole  protagonismo nei luoghi più diversi del suo impegno. Si tratta, a mio parere,  del primo dei canoni costitutivi della cultura cislina, interpretata da Pastore, ma trasmessa attraverso personalità come Bruno Storti, Luigi Macario, Pierre Carniti, Franco Marini e via di seguito e solo per citare alcuni dei segretari generali, cui si potrebbero affiancare gruppi interi di altri dirigenti nazionali e locali: non  faccio nomi per evitare la trappola di clamorose dimenticanze.

La centralità del lavoratore derivava e deriva tuttavia dal personalismo cristiano e, in estrema declinazione dalle indicazioni e dall’insegnamento sociale della Chiesa. Nonostante tali ineliminabili riferimenti, il percorso proposto conciliava una perfetta aconfessionalità culturale con la più convinta e, nei primi tempi conquistata, autonomia dal partito politico e da qualsivoglia scelta di parte legittimamente posta in essere dal lavoratore. Si potrebbe dire che autonomia e aconfessionalità per la CISL benché  concettualmente distinte, costituiscano le due facce della stessa medaglia. Se l’autonomia dalle parti promuoveva sempre la possibile scelta dell’impegno sindacale, ne veniva che l’adesione diventava e rimane tuttavia un momento prioritario per ogni possibile crescita sul posto di lavoro e nel  rapporto tra  lavoratori, al di sopra di ogni proselitismo strumentale. Parallelamente la scelta aconfessionale coniugava le prospettive della libertà religiosa all’interno dell’impegno sindacale.

Mi permetto di insistere sulla tappa determinante di questa componente da me posta come seconda tra le variabili costitutive della CISL. Si tratta di un’insistenza consigliata dalle interpretazioni ambigue se non addirittura malevole di alcune descrizioni storiografiche che hanno fatto furori ideologici dagli anni settanta del secolo scorso fino al passaggio del nuovo millennio. Si è addirittura affermato che autonomia e aconfessionalismo  si sono fatti convergenza per un’ organica collaborazione di classe che faceva del sindacato una componente di subordinazione all’impresa. Evito le ben più “squilibrate” citazioni testuali di riferimento. Al netto della rozza linea interpretativa si cade in un equivoco “mostruoso” (ovviamente in senso tecnico) rispetto alle linee culturali di un personalismo liberatorio per il diritto individuale e le conquiste collettive della solidarietà cristiana, praticata nella laica autonomia di ogni scelta operata dal lavoratore. Va riconosciuto che le militanze più attente delle altre componenti del Sindacato confederale non sono cadute nel tranello di questa banalità interpretativa, nonostante alcune deviazioni ideologiche.

In questo contesto la contrattazione necessitava della presenza del lavoratore: e siamo alla terza componente costitutiva della CISL, ma con convergenze importanti con le altre confederazioni sindacali, al netto dell’ovvia constatazione che non sempre la pratica si concilia con il programma e l’obiettivo. In un certo passaggio si è arrivati a una proposta di concertazione che, entrata in crisi all’interno di una caduta del sistema democratico a cavallo dei due secoli, ora vedo richiamata nelle dichiarazioni di Luigi Sbarra, convinto della possibilità di “…una vera e rinnovata stagione di concertazione”. Giova sempre sperare: se superata l’emergenza sanitaria, nella prospettiva resa possibile dalle risorse offerte dal “Recovery plan”, la voce del sindacato si rifacesse protagonista, magari con riproposta unitaria, si potrebbero aprire interessanti orizzonti. Siamo forse a una sfida epocale.

(*) Già Segretario CISL Scuola Piemonte, Presidente Diocesano Azione Cattolica di Alessandria e vice-Sindaco della città

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